Giulia Pavei, “professione libero”: nel volley e nella vita

19 Gennaio 2021

Libero. Come il suo ruolo.
Libero. Come il suo pensiero.
Libero. Come il modo di approcciarsi alla quotidianità. E di donarsi agli altri.

Giulia Pavei, libero della Pallavolo Belluno Cortina Express, si affaccia alla nuova annata con un entusiasmo più contagioso del maledetto virus: «La pandemia – racconta Giulia – ci ha tolto in un attimo tutte le cose per le quali provavamo passione. E amore: a cominciare dalla pallavolo. In più, quando la stagione si è interrotta, lo scorso febbraio, la nostra squadra stava andando particolarmente bene. È stata una ferita». Poi è sbocciata l’estate. E, di riflesso, il beach volley: «La Jesolo Beach Arena è il mio luogo del cuore».

Guarda con ammirazione Michael Jordan («dedizione, passione, lavoro, studio concentrati in un unico campione: il numero 1 in assoluto), “La ricerca della felicità” è il film che più l’ha colpita, Will Smith e Julia Roberts sono gli attori di riferimento, non si è persa una puntata della serie “Prison Break”, legge romanzi thriller e adora la pasta al pomodoro. Ma il cuore batte soprattutto per “lei”: la pallavolo. Una fedele e inseparabile compagna di avventure: «Però quanto mi mancano le gare… Gli sportivi senza partite sono come i drogati in astinenza. L’adrenalina inizia il lunedì e ha il suo culmine il sabato sera. In ogni caso, ritrovare in palestra le mie compagne e costruire una struttura e un nuovo modello di gioco è stato stimolante. E continua a esserlo».

Giulia ha davanti una simbolica lampada magica: «Il primo desiderio è quello di iniziare il campionato. E già non sarebbe poco. Poi sono consapevole che questo potrebbe essere il mio
ultimo anno qui, perché spero di finire il liceo classico e, a quel punto, di iscrivermi all’università. Di conseguenza, vorrei lasciare un bel ricordo. Lo sport e lo studio? Si conciliano al meglio. Ovvio, durante la settimana la programmazione deve essere rigida: l’importante è sapersi organizzare».

Pavei in campo, Pavei in panchina. Sì, perché Giulia è allenata dal padre: «Da un lato è un limite, dall’altro mi ritengo fortunata a vivere certe emozioni con mio papà. Nel corso del tempo, questo mi ha aiutato a gestire la pressione, a lavorare di più e meglio in palestra, a dimostrare che, nel gruppo, posso starci. E non gioco solo perché sono la figlia del coach. È stato proprio mio padre, insieme alle compagne, a darmi gli strumenti per superare le difficoltà».
Strumenti che Giulia ha trovato anche e soprattutto in se stessa.
Nel profondo del suo animo. Libero.

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